Qualcuno vuole darcela a bere
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Qualcuno vuol darcela a bere
Acqua minerale: uno scandalo sommerso
un libro di Giuseppe Altamore
Liscia, gassata o... avvelenata? Non è una nuova trovata pubblicitaria, ma la domanda che ci dovremmo fare ogni volta che versiamo un bicchiere d’acqua dalla bottiglia.
Il consiglio provocatorio è di Giuseppe Altamore, vicecaporedattore di «Famiglia Cristiana», che nel volume «Qualcuno vuol darcela a bere. Acqua minerale, uno scandalo sommerso» pubblica i documenti e le testimonianze raccolti in anni di inchieste giornalistiche.
«La legge italiana stabilisce che le acque in bottiglia possono contenere sostanze tossiche ed elementi salini in concentrazioni così elevate che, se sottoposte ad analisi di laboratorio come la comune acqua del rubinetto, il responso potrebbe essere “acqua non potabile”», ha spiegato l’autore intervenendo alla presentazione del suo saggio presso la libreria «La Torre di Abele» a Torino. «Una quantità di arsenico superiore ai 10 μg/l, ad esempio, rende imbevibile l’acqua di casa, ma nella minerale può raggiungere anche i 50 μg/l (fino a due anni fa il limite era addirittura 200 μg/l). E, ancora, nell’acqua in bottiglia il manganese può arrivare a 2.000 μg/l, ma nell’acquedotto deve rimanere al di sotto dei 50 μg/l. Per queste, come per altre 17 sostanze tossiche, inoltre non c’è alcun obbligo di indicazione in etichetta, sicché la composizione analitica delle acque minerali è assimilabile a un segreto di Stato».
Per capire cosa si nasconde dietro a questa situazione paradossale è necessario fare un passo indietro e recuperare alcune definizioni. Per «acqua potabile» si intende, in generale, quell’acqua «di sapore gradevole priva di qualsiasi caratteristica tale da rendere dannoso il bere».
In questa categoria rientra, dunque, quanto prodotto dagli acquedotti municipali a partire dall’acqua di fiumi, laghi e sorgenti sotterranee, attraverso processi di potabilizzazione che possono comprendere interventi di filtraggio e decantaggio, alternati all’uso di sostanze chimiche come policloruro di alluminio, ipoclorito di sodio, biossido di cloro.
Il risultato è un’acqua che si può bere in piena sicurezza, anche se spesso ha un residuo sapore di cloro. Le «acque minerali naturali» si distinguono essenzialmente per l’assenza di qualsiasi intervento di potabilizzazione: sono infatti «acque che, avendo origine da una falda o giacimento sotterraneo, hanno caratteristiche igieniche particolari e, eventualmente, proprietà favorevoli alla salute». Proprio quest’ultima caratteristica ha fatto sì che venissero assimilate a trattamenti medicinali e quindi regolamentate da una legislazione specifica, con le generose deroghe di cui s’è detto.
In effetti, in passato, le acque minerali erano utilizzate per lo più a scopo curativo e per periodi di tempo limitati. Oggi, però, molti le sorseggiano in sostituzione dell’acqua di rubinetto. Con 172 litri pro capite all’anno noi italiani siamo i più grandi bevitori di minerale al mondo.
L’85 per cento delle nostre famiglie acquista acqua in bottiglia, spendendo in media 260 euro l’anno. «Secondo alcune stime il business mondiale dell’acqua equivale a quasi la metà dell’economia legata al petrolio», ha dichiarato Altamore. «Un giro d’affari tanto grande da indurre le multinazionali del settore a condizionare le scelte dei governi attraverso lobby potentissime».
In Italia, nel 2002, sono stati prodotti 7 miliardi di litri di acqua minerale, imbottigliati da circa 260 imprese, a fronte di 700 sorgenti. Le etichette commercializzate sono più di 250, ma il 70 per cento del mercato è in mano a sei sole multinazionali. «I costi di produzione sono ridicoli», ha spiegato l’esperto. «Lo sfruttamento delle fonti demaniali, infatti, avviene con il sistema delle concessioni pubbliche da cui lo Stato, in base a un decreto regio del 1927, ricava pochi spiccioli: meno di 500 mila euro l’anno. Quel che è più grave è che oltre l’80 per cento delle acque minerali è imbottigliato in contenitori di plastica e i costi dello smaltimento ricadono sulle Regioni, che in definitiva spendono più di quanto incassino». A conti fatti, le imprese delle acque minerali pagano la materia prima meno della colla per l’etichetta, rivendendola a un costo 500 o anche 1.000 volte superiore.
La principale voce di spesa resta, dunque, la promozione pubblicitaria (quasi 700 miliardi di vecchie lire nel 2002), che in pochi anni ha trasformato i popoli occidentali in insaziabili consumatori di minerale.
Alla luce di quanto precede, non stupisce che il 51 per cento delle famiglie italiane oggi consideri l’acqua minerale più sicura di quella del rubinetto. D’altronde, ciò che esce dai nostri acquedotti non è sempre sinonimo di qualità. Tra luglio e dicembre 2001 l’associazione ambientalista Greenpeace ha girato la penisola con un camper-laboratorio per l’analisi della salubrità dell’acqua che sgorga dagli acquedotti municipali: il livello delle sostanze organoclorurate cioè i composti generati dall’impiego del cloro in funzione antibatterica) è risultato mediamente superiore al valore guida stabilito dall’Unione europea (1 μg/litro). Ai problemi derivanti dai trattamenti di disinfezione occorre aggiungere, poi, le frequenti contaminazioni delle falde con inquinanti prodotti dall’industria (solventi, idrocarburi...) e dal settore agricolo (pesticidi, erbicidi...).
Un’inchiesta condotta da Altroconsumo a maggio 2003 ha stabilito, tuttavia, che lo stato di salute della nostra acqua di rubinetto è complessivamente accettabile e, se qualche veleno minaccia le risorse delle grandi città del Nord, i valori restano in media al di sotto dei limiti di legge. In ogni caso, nessuno può escludere che tubature e rubinetti vecchi rilascino nell’acqua sostanze tossiche compromettendo la qualità di quanto erogato dall’acquedotto.
La miglior soluzione potrebbe dunque risiedere nel trattamento dell’acqua a valle, cioè al rubinetto di casa mediante appositi filtri. Il 2003 doveva essere l’Anno internazionale dell’acqua: data la situazione, è consigliabile celebrarne la chiusura con un brindisi a base di vino.
Storia
Dietro allo scandalo delle acque minerali c’è una storia che non molti conoscono. Il 2 luglio 1999 Pasquale Merlino, perito chimico di Rionero in Vulture (Pt), comunica alla Commissione europea di aver condotto alcune verifiche sull’acqua minerale e di aver scoperto che in base alla legge italiana vi si possono trovare (e in effetti trovano) sostanze nocive misura superiore a quella del rubinetto, senza l’obbligo di dichiararlo in etichetta.
La Commissione europea contesta immediatamente il decreto legge che disciplina il settore e sollecita il governo italiano a chiarire la sua posizione. Fra il silenzio degli organi di informazione e il “disinteresse” del mondo politico, il novembre 2000 l’associazione dei consumatori Adusbef presenta un esposto a 52 procure della Repubblica denunciando i danni derivanti dalla presenza di due diversi metri di giudizio.
Il 14 marzo 2001 l’Istituto superiore di sanità invita governo ad abbassare i limiti di alcune sostanze tossiche, suggerendo comunque livelli superiori a quelli raccomandati a livello comunitario.
Intanto proseguono le indagini della magistratura: il 21 ottobre 2002 la procura di Bari fa sapere di aver trovato quantità eccessive di vanadio, arsenico e nitriti in alcuni lotti di minerale; a gennaio 2003 i colleghi di Torino scoprono una partita contaminata da cloroformio e decidono di allargare indagini. A quel punto anche il ministero della Salute avvia un’inchiesta e, a fine agosto, rende noto che su 149 marche controllate, 112 risultano contaminate da veleni. Il ministro ordina alle aziende inquisite di produrre una nuova e completa certificazione. Ma, ad oggi, nessuno sa se l’abbiano fatto.
Di: Lala Reale
Da: "Il nostro tempo" (2 novembre 2003)
