Protesta dei Tibetani
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L'INVITO DEI LAMA ALLA SOLIDARIETA' SPIRITUALE ED IDEOLOGICA
Dopo la violenta repressione della rivolta dei monaci Buddhisti, al fine di minimizzare il numero di morti e di feriti, nonchè la portata della rivolta stessa, il Governo Cinese sta cercando di ridurre al minimo la fuga di notizie sull'accaduto. La Rete Olistica è vicina ai principi di Libertà, Pace ed Indipendenza portati avanti dai monaci Tibetani e cerca di dare un supporto attraverso la diffusione del maggior numero di informazioni possibile.
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Non meno importante è il sostegno spirituale ed ideologico. A tal proposito sono gli stessi Lama Tibetani che ci invitano ad unirci a loro nel recitare uno dei Mantra più importanti e caratteristici del Buddhismo: "OM MANI PEME HUNG" che si pronuncia "OM MANI PADME HUM".
Siamo inoltre chiamati a diffondere questo invito, non solo tra tutti i Buddhisti, ma tra tutti i coloro i quali hanno una visione umana e spirituale della vita e tra coloro che condividono i principi di Libertà e di Indipendenza portati avanti dai monaci nella loro protesta
"La Cina è potente, ci resta solo la forza della verità"
Le sue caviglie. "Questa è la cicatrice dei ceppi". I suoi polsi. "Qui ho il segno delle manette a denti di lupo. Le chiamano così perché, se ti muovi, hanno dei chiodini che si conficcano nelle vene". La sua bocca. "Le scosse elettriche mi hanno fatto cadere tutti i denti. Per fortuna, la prima volta che sono andato a testimoniare alle Nazioni Unite mi hanno regalato una dentiera".
Palden Gyatso ha passato trentatré lunghissimi anni nelle carceri cinesi. Porta sulla sua pelle le stimmate di un calvario. Cammina a fatica, è quasi sordo. Nessuno meglio di questo monaco buddista ormai anziano e dolente incarna la sofferenza ma anche la straordinaria resistenza del Tibet. Il suo corpo massacrato è abitato dalla tipica dolcezza himalayana. E da uno sguardo magnetico.
A settantacinque anni, Palden Gyatso avrà anche rughe come solchi, ma non rinuncia a ricordare. "Quando mi arrestarono, nel 1959, stavo studiando nel monastero di Drepung. Per estorcermi una confessione, i cinesi mi picchiavano dopo avermi sospeso legando e tirando le mie braccia all'indietro fino al soffitto. Sempre in questa posizione, appiccavano il fuoco per bruciarmi le dita dei piedi. Alcune volte buttavano tra le fiamme polvere di peperoncino, così tutto il corpo diventava incandescente e gli occhi sembravano brace. Il dolore più terribile arrivava dopo, quando dovevo andare all'aperto per fare i lavori forzati, mezzo cieco e con le piaghe ancora purulente. Tra noi, chi non moriva di tortura, moriva di stenti e fame. Mangiavamo un pugno di riso e una tazza di brodo. Dalla disperazione, mi è capitato di cucinare anche le suole delle mie scarpe".
I cinesi estorcevano sempre dai detenuti qualche parola, abbastanza compromettente da giustificare una formale condanna. Era solo questione di tempo. Palden Gyatso aveva resistito qualche mese, grazie alla sua giovane età. I monaci più anziani invece morivano in pochi giorni. Alla fine, dovette confessare anche lui di aver "marginalmente" partecipato all'insurrezione contro l'esercito di Pechino. Dopo l'occupazione, dalla Cina arrivarono la Rivoluzione culturale e l'ordine di cancellare qualsiasi riferimento religioso dal Tetto del mondo.
Scomparve così l'universo tibetano dei monasteri, delle lampade votive, delle statue dorate, dei fumi degli incensi, delle mille bandierine sventolanti, dei cilindri rotanti per la preghiera, dei canti. La distruzione dei simboli religiosi fu condotta con tale perseveranza e metodo che persino il paesaggio cambiò. Un tempo le colline erano dominate dagli dzong, le fortezze abitate dai religiosi, che vennero rase al suolo. I campi avevano migliaia di stupa, tempietti e reliquiari: fatti a pezzi.
Le bandiere di preghiera furono rimpiazzate dalle bandiere del Partito. "Le Guardie rosse entrarono nel carcere. Ci mostrarono un filmato in cui si vedeva il presidente Mao passare in rassegna decine di migliaia di Guardie rosse. Ci dissero che la Rivoluzione culturale era guidata personalmente da Mao Zedong e Lin Piao. Chiunque avesse osato ostacolarla sarebbe stato "schiacciato come un verme". Durante le "sessioni di studio" dovevamo leggere il Libretto rosso di Mao. I thamzing, le "sessioni di lotta", divennero sempre più frequenti. Erano autentici processi politici. Iniziavano con una condanna verbale e finivano con un pestaggio. O con la condanna a morte. In quanto monaco, mi venivano inflitte ulteriori violenze. Mi costringevano a portare le feci sul thangka, la tavola sacra buddista.
Mi sfidavano, gridando "Bod rangzen", Tibet libero. E poi mi urinavano addosso. Quando le guardie carcerarie volevano riposarsi - perché la tortura doveva comunque essere un lavoro faticoso - ci terrorizzavano con le proiezioni dei filmati. Ricordo quello di un monaco che veniva crocefisso vivo, poi ucciso a colpi di pistola e carbonizzato. Alle monache invece bisognava togliere la verginità donata alla religione. Il Partito comunista non voleva che vi fossero contatti sessuali con i detenuti, ed era una regola abbastanza rispettata. Così, le monache venivano penetrate con i famigerati bastoni elettrici. O con altri oggetti".
I cimeli della prigionia
Palden Gyatso apre la sua inseparabile borsa. Viaggia sempre con questo sacchetto di stoffa. Non custodisce libri di preghiera o rosari. Dentro ha la sua prima sentenza di condanna e alcuni strumenti di tortura. È quasi affezionato a questi cimeli di prigionia. "Questa sembra una torcia elettrica, ma funziona come un elettroshock: bastoni ad alto voltaggio che cominciarono a circolare nelle carceri a metà degli anni Ottanta. Amnesty International aveva ottenuto la chiusura della fabbrica che li produceva, a Glasgow. Ma il regime cinese ne aveva fatto incetta. Adesso so che lo utilizzano frequentemente anche contro i manifestanti".
Nato nel 1933, anno della Scimmia, in un villaggio del Tibet a 200 chilometri da Lhasa, Gyatso torna a essere un uomo libero nel 1992. Il Dalai Lama in proposito ha commentato: "La vicenda di persone come lui rivela che i valori umani di compassione, pazienza e senso di responsabilità per le proprie azioni, che sono il fulcro di ogni pratica spirituale, sopravvivono ancora. La sua storia sarà fonte d'ispirazione per tutti noi".
Chiamato a testimoniare all'Onu, al Congresso statunitense e all'Unione europea, è stato ignorato dalla diplomazia cinese, tranne che per una laconica lettera inviata alla Commissione dei diritti dell'uomo della stessa Onu: "Palden Gyatso è un criminale che persiste nelle sue attività sovversive", ha scritto nel 1995 l'allora ambasciatore Ma Yuzhens. "Il suo racconto è falso: nelle carceri cinesi la tortura è proibita".
La voce interiore
Quest'uomo di bassa statura, debole e denutrito, è riuscito a evadere ben due volte, prima di essere liberato definitivamente. Nel 1962 fu ritrovato dai cinesi a un chilometro dalla salvezza, il confine con il Bhutan, mentre era in fuga verso l'India. La seconda volta, nel 1979, aveva scelto invece di rimanere nella capitale. Lo fermarono mentre appendeva manifesti che chiedevano l'indipendenza del suo Paese e il ritorno in patria del Dalai Lama.
"Accogliendomi, un carceriere mi urlò: "Eccoti l'indipendenza". E mi infilò un bastone elettrico in bocca, mandando una, due, tre scariche - non so ricordare quante fossero. Svenni, perdendo il controllo del mio corpo. Mi risvegliai in un lago di vomito e urina. Trovai appena la forza di sputare qualcosa che avevo in bocca. Mi accorsi che erano i miei denti. Se non fossi stato un monaco, probabilmente li avrei odiati, i miei aguzzini. Oggi invece non provo più sentimenti di rabbia o rancore per quello che mi hanno fatto. Alcuni provavano piacere a torturarmi, ma non tutti. Ricordo che una volta vidi uno di loro piangere".
Gyatso è rimasto prigioniero dei suoi incubi e della lotta per un Tibet libero che torni la patria dei tibetani. Due anni fa ha piantato una tenda blu e rossa a Torino, a San Pietro in Vincoli, insieme ad altri due monaci, e ha cominciato uno sciopero della fame. "La comunità internazionale non dimentichi di pretendere il rispetto dei diritti umani dalla Cina nel momento in cui assegna le Olimpiadi del 2008". La protesta dei buddisti quella volta terminò quando Mario Pescante, rappresentante del Comitato Olimpico, inviò loro una lettera di rassicurazioni.
Come Gyatso abbia resistito a trentatré anni di prigionia e torture rimane un mistero. "Se prendono il tuo corpo non fa niente, se s'impadroniscono della tua mente, allora sei davvero morto. A me veniva impedito di meditare ad alta voce o con rosari e libri. Avevo sviluppato la mia voce interiore. Mentre mi torturavano recitavo un mantra. Cercavo di pensare al dolore del mondo intero. Il mio avrebbe impedito la sofferenza di altri esseri umani. Ho cercato anche spiegazioni nel karma. Nelle mie vite passate devo aver commesso azioni terribili".
Nel marzo 1989 Hu Jintao, attuale presidente della Repubblica cinese e all'epoca segretario del partito nella regione autonoma del Tibet, impose la legge marziale a Lhasa. Palden Gyatso si trovava nella prigione di Drapchi. "Con la pressione delle organizzazioni per i diritti umani, le autorità cinesi iniziarono a usare torture sempre più sofisticate. Ma non per questo meno crudeli. Si accanivano su punti particolari del corpo, picchiando organi interni come reni o fegato. È così che, per la prima volta nella mia vita, ho visto cadaveri blu. E rossi. Un'altra tecnica di violenza invisibile erano i ripetuti prelievi di sangue".
Ma il cambiamento arrivò. "Stranamente subito dopo l'introduzione della legge marziale, alla fine degli anni Ottanta, la mia vita carceraria cominciò a migliorare. Quando dissero che ero libero, rimasi incredulo. Fino a quel momento, ogni volta che finivo di scontare la pena, le autorità cinesi trovavano un motivo per condannarmi ancora. Ricordo che lasciai il carcere guardandomi intorno. Temevo che ci fosse qualche trappola. Gli ufficiali cinesi infatti mi pedinavano. Dopo tredici giorni riuscii a fuggire da Lhasa. Volevo raggiungere Dharmasala, per mettere la mia esperienza al servizio del Dalai Lama". Gyatso è stato poi convinto dal Dalai Lama a scrivere le sue memorie. In Italia, Il fuoco sotto la neve è stato pubblicato nel 1997 (Sperling&Kupfer). Lui è diventato il protagonista di molti documentari e invitato d'onore di tante mobilitazioni.
Soldi sulla punta del coltello
Uscendo di prigione, Gyatso non ha più ritrovato il suo Tibet. Ha scoperto che anche gli altri membri della sua famiglia erano stati arrestati. Uccisi. Ma ha scoperto anche di avere tanti nuovi amici. A metà degli anni Ottanta, i militanti italiani e inglesi di Amnesty hanno "adottato" Gyatso come prigioniero di coscienza, insieme a un altro monaco, Geshe Lobsang Wangchuk, che non è stato mai rilasciato.
"La mia storia dimostra che gli occidentali, se lo vogliono, possono provocare dei cambiamenti. Purtroppo, molti Paesi democratici oggi sembrano interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso. In Tibet c'è un'espressione che dice: "Dare i soldi sulla punta del coltello". È quello che sta avvenendo. La Cina è potente, e noi abbiamo soltanto la forza della verità".
Di Anais Ginori
Da Repubblica.it
Dossier Tibet
Il presidente del Parlamento Tibetano in esilio Karma Chopel, in visita oggi al Parlamento europeo su invito del gruppo ALDE e dei deputati europei radicali Marco Pannella e Marco Cappato, ha reso pubblica la documentazione delle violenze subite dai manifestanti tibetani da parte delle autorità cinesi, presentando un dossier fotografico al Presidente della Commissione esteri SARYUSZ-WOLSKI, Jacek.
Un popolo pacifico e un'antica cultura in pericolo
La cultura del Tibet, con i suoi valori di tolleranza e non violenza profondamente radicati nella popolazione, è un patrimonio dell'intera umanità che rischia di scomparire per sempre.
La tragedia del popolo tibetano dura ormai da oltre 50 anni.
Tra l'indifferenza di tutte le nazioni, nessuna delle quali aveva interessi petroliferi nella zona, nel 1959 l'Esercito Popolare Cinese completò l'occupazione del Tibet iniziata in sordina nel 1950, annettendo un territorio vasto come metà dell'Europa e aprendosi la strada in direzione dell'Asia meridionale.
Per vincere il radicato spirito di indipendenza dei tibetani il governo cinese ha messo in atto un programma sistematico di eliminazione di tutti i punti di riferimento culturale e religioso, che ha portato alla distruzione quasi totale di scuole, biblioteche, luoghi di culto e opere d'arte sacra risalenti spesso a più di mille anni.
Si calcola che in questi quattro decenni circa 1.200.000 tibetani siano morti a causa della repressione e degli sconvolgimenti sociali ed economici che ne sono derivati.
In questa tragedia non c'è solo sofferenza umana, ma anche il rischio della scomparsa di una autentica cultura di pace basata sugli insegnamenti buddhisti di non violenza e di rispetto per gli altri, l'esempio concreto che un popolo oppresso può lottare per i propri diritti senza perdere la propria umanità.
Da: adozionitibet.it
Scontri e morti, il Tibet non è domo e si risveglia
Le ultime notizie da Lhasa sono allarmanti: ci sarebbero molti feriti e «diversi morti» negli scontri tra manifestanti e polizia cinese, secondo quanto riporta la France Presse, citando fonti ospedaliere locali. «Almeno due morti», riferisce Radio Free Asia. La polizia militare è intervenuta in forze per disperdere i dimostranti e si sono uditi alcuni spari nelle vicinanze del tempio Jokhang, nel centro della capitale.
I tre maggiori monasteri tibetani – Drepung, Sera e Ganden – da cui è partita la protesta, sono sotto assedio, accerchiati da migliaia di soldati, e alcuni monaci del Sera hanno risposto iniziando scioperi della fame e del sonno. L'assedio dei monasteri, i blocchi e gli arresti hanno scatenato la rabbia dei civili, che si sono uniti ai monaci gonfiando le file della rivolta più imponente in Cina dal 1989.
Dati alle fiamme i segni dell'occupazione cinese, auto della polizia e il mercato di Tromisikhang, nel centro storico di Lhasa. Il fatto che siano stati saccheggiati e incendiati alcuni negozi cinesi rivela la miseria e l'esasperazione della popolazione tibetana per la decennale politica di cinesizzazione forzata attuata dal governo di Pechino, che ha fatto affluire nel Tibet occupato milioni di coloni cinesi di etnia han. Una pulizia etnica non limitata all'eliminazione fisica, alla distruzione di case e tradizioni tibetane, ma perseguita alterando gli equilibri demografici della regione e attraverso la discriminazione etnica.
Le proteste erano iniziate lo scorso 10 marzo, in occasione del 49esimo anniversario di una rivolta repressa nel sangue dall'esercito cinese, a seguito della quale il Dalai Lama fu costretto a rifugiarsi in India. Circa 500 monaci del monastero di Drepung avevano sfidato le autorità marciando verso il leggendario Palazzo Potala, imitati nei giorni successivi da altre centinaia di monaci del monastero di Sera. Manifestazioni disperse dalla polizia e dall'esercito cinese con lancio di lacrimogeni e arresti. Da mesi - in vista delle Olimpiadi e dopo la consegna al Dalai Lama della Medaglia d'oro del Congresso Usa - era aumentata la presenza asfissiante dei militari intorno ai monasteri e a Lhasa.
La capitale del Tibet è stata immediatamente chiusa agli stranieri ed è off limits per i giornalisti. Funzionari del Partito Comunista cinese e della polizia sostengono di non avere informazioni su quanto sta accadendo e si rifiutano di commentare le notizie. Ma la gravità della situazione è confermata dalle reazioni dei governi occidentali. La Cina «deve rispettare la cultura tibetana, il carattere multi-etnico della sua società», ha dichiarato un portavoce della Casa Bianca, ricordando che secondo Bush il governo cinese «deve dialogare con il Dalai Lama». Il Consiglio europeo ha approvato un testo, anticipato dal ministro degli Esteri francese Kouchner, in cui a Pechino si chiede «moderazione», «rispetto dei diritti umani», e il rilascio delle persone arrestate. La Francia «non è favorevole al boicottaggio – ha ricordato Kouchner – ma può attirare l'attenzione sulla concomitanza tra i Giochi e questa aspirazione tibetana, di cui la Cina deve tenere conto». Il britannico David Miliband ha chiesto «moderazione» e «dialogo». «Chiediamo alla Cina di porre fine alla repressione e di avere rispetto dei diritti dei tibetani e delle loro tradizioni», ha dichiarato anche D'Alema, il cui governo rifiutò di incontrare il Dalai Lama.
Benedette Olimpiadi in Cina. I Giochi, infatti, stanno offrendo ai tibetani l'occasione, che sembrano intenzionati a non lasciarsi sfuggire, per riportare all'attenzione del mondo la loro condizione di popolo oppresso, incoraggiati anche dalla protesta nonviolenta cui diedero vita, nel settembre scorso, i monaci buddisti birmani contro la giunta militare di Rangoon.
La condotta del governo di Pechino nei confronti della protesta dei tibetani, a pochi mesi dalle Olimpiadi, costituisce un test determinante per valutare se al processo di rinnovamento economico in atto corrispondano i richiesti segnali di apertura dal punto di vista politico e del rispetto dei diritti umani.
E i governi occidentali adesso avrebbero il pretesto per minacciare il boicotaggio delle loro federazioni in mancanza di progressi reali in Tibet.
Da:http://jimmomo.blogspot.com/
Testimonianze dirette
Un nuovo ed orrendo genocidio sta avvenendo in Tibet in questi giorni.
I mezzi di informazione non sanno, o non vogliono sapere, o hanno paura di sbilanciarsi, quello che sta accadendo realmente a Lhasa ed in tutto il Tibet. Quando parlano di circa 80 morti, o se citano le fonti cinesi parlano di 10 morti (!), non hanno idea di quanto siano lontani dalla realta'. Ora noi siamo a Kathmandu, Nepal; ieri, domenica 16 marzo, un nostro amico Tibetano e' riuscito a parlare con suo fratello a Lhasa. Il fratello gli ha detto di aver assistito personalmente ad uno dei tanti massacri: UNA FOLLA DI CIRCA 300-400 TIBETANI E' STATA CIRCONDATA DALL'ESERCITO IN UN'AREA DIETRO IL POTALA ( L'ANTICA RESIDENZA DEL DALAI LAMA A LHASA), E LUI LI HA VISTI MASSACRARE TUTTI A MITRAGLIATE!!!
Se questo e' un episodio, (che non sapremo mai dai media), quanti altri ne stanno accadendo in tutto il Tibet?
Cio' che viene riferito dai media e' solo una frazione della realta', e' sempre cosi.
In Tibet si sta nuovamente consumando il tentativo di far tacere per sempre un popolo innocente, un popolo che non ha altro scopo che coltivare il proprio intento spirituale.
Una cultura unicamente devota alla Saggezza, a che ritiene la Compassione il potere piu' grande e definitivo.
Tutto cio' e' percepito dal governo cinese, nella loro follia di potere e dominio, nella loro ottusita' cieca e senza senso, come una grande minaccia. Per questo non hanno esitato, e non esiteranno, a farli tacere e distruggerli in ogni modo.
Vi prego di aiutare il Tibet con ogni mezzo, e di far sapere con tutto lo sforzo possibile da ognuno di noi, cio' che sta realmente accadendo.
Kathmandu', 17 marzo.
Aronica Gabriele
Discorso del Dalai Lama nel 49° anniversario dell'insurrezione nazionale tibetana
In occasione del 49° anniversario della pacifica insurrezione del popolo tibetano, avvenuta a Lhasa il 10 marzo 1959, offro le mie preghiere e rendo omaggio agli uomini e alle donne del Tibet che con coraggio hanno sopportato inenarrabili privazioni e sacrificato le loro vite per la causa del popolo tibetano. Esprimo la mia solidarietà a coloro che oggi subiscono la repressione e i maltrattamenti. Saluto i tibetani dentro e fuori il Tibet, i sostenitori della nostra causa e tutti coloro che amano la giustizia.
Per quasi sei decenni i tibetani dell'intera area del Tibet, conosciuta come Cholkha-Sum (l'insieme delle tre Regioni dell'U-Tsang, del Kham e dell'Amdo), sono stati costretti a vivere, a causa della repressione cinese, in uno stato di costante paura, intimidazione e sospetto. Tuttavia, oltre a conservare la fede religiosa, il senso del nazionalismo e la loro peculiare cultura, i tibetani sono riusciti a mantenere viva la propria aspirazione alla libertà. Nutro grande ammirazione per queste speciali doti del mio popolo e per il suo indomabile coraggio. Ne sono estremamente soddisfatto e fiero.
In tutto il mondo, numerosi governi, organizzazioni non governative e individui, interessati alla pace e alla giustizia, hanno significativamente sostenuto la causa del Tibet. In particolare, nel corso dell'ultimo anno, i governi e gli abitanti di molti paesi ci hanno manifestato il loro appoggio con gesti significativi. Desidero esprimere la mia gratitudine a tutti loro. Il problema del Tibet è molto complesso e, per la sua natura, abbraccia molti temi: la politica, la natura della società, la legge, i diritti umani, la religione, la cultura, l'identità di un popolo, l'economia e le condizioni dell'ambiente naturale. Di conseguenza, per risolvere il problema tibetano è necessario adottare un metodo di approccio onnicomprensivo, che sia di beneficio a tutte le parti in causa piuttosto che a una sola. Per questo motivo, ci siamo attenuti con fermezza ad una politica, quella della Via di Mezzo, in grado di garantire vantaggi reciproci e per molti anni ci siamo impegnati con sincerità e costanza per conseguire questi risultati. A partire dal 2002, i miei inviati hanno intrattenuto sei tornate di colloqui con le competenti autorità della Repubblica Popolare Cinese e hanno discusso argomenti di rilevante importanza.
Questi colloqui a largo spettro hanno dissipato alcuni dei loro dubbi e ci hanno dato l'opportunità di chiarire le nostre aspirazioni, ma non hanno prodotto alcun risultato concreto circa la questione fondamentale. Inoltre, nel corso di questi ultimi anni, il Tibet ha assistito ad un aumento della repressione e della brutalità. Malgrado questi incresciosi sviluppi, rimane immutata la mia posizione e la mia determinazione a portare avanti la politica dell'approccio della Via di Mezzo e a continuare il dialogo con il governo cinese.
Uno dei maggiori problemi della Repubblica Popolare Cinese è la mancanza di legittimazione del suo governo in Tibet. Il governo cinese potrebbe rafforzare la sua posizione attuando una politica in grado di soddisfare il popolo tibetano e di guadagnarne la fiducia. Se saremo in grado di giungere ad un accordo basato sul reciproco consenso, allora, come ho già molte volte affermato, mi adopererò in ogni modo per ottenere il sostegno del popolo tibetano.
Oggi in Tibet, in seguito ai numerosi e poco lungimiranti interventi del governo cinese, l'ambiente naturale è seriamente danneggiato. La politica cinese di trasferimento della popolazione ha fatto sì che il numero dei non tibetani sia sensibilmente aumentato mentre i tibetani autoctoni sono ridotti ad una minoranza all'interno della loro stessa nazione. Inoltre, la lingua, le usanze e le tradizioni del Tibet, espressione della vera natura e identità del popolo, stanno gradualmente scomparendo e i tibetani sono sempre più assimilati alla preponderante popolazione cinese. In Tibet, la repressione è in continuo aumento, con numerose, inimmaginabili e gravi violazioni dei diritti umani, il rifiuto della libertà di culto e la politicizzazione delle questioni religiose. Questa situazione è causata dalla mancanza di rispetto del governo cinese nei confronti del popolo tibetano, è la conseguenza degli impedimenti che il governo di Pechino, deliberatamente, pone alla base della sua politica di unificazione delle etnie, che di fatto crea discriminazioni tra tibetani e cinesi. Chiedo pertanto alla Cina di porre fine immediatamente a tale politica.
Sebbene le aree abitate dai tibetani siano designate con nomi diversi, quali regione autonoma, prefettura autonoma o contea autonoma, l'autonomia è di fatto solo nominale e non reale. Queste aree sono in realtà governate da persone che non conoscono la situazione locale e sono sotto l'egida di quello che Mao Zedong chiamava "Sciovinismo Han". Di conseguenza, la cosiddetta autonomia non ha arrecato alcun beneficio tangibile alle etnie interessate. Questa politica fraudolenta, incurante della realtà, sta enormemente danneggiando non solo i due gruppi etnici, ma la stessa unità e stabilità della Cina. È importante che il governo cinese, come affermò Deng Xiaoping, «cerchi la verità dai fatti», nel vero senso del termine. Quando, davanti alla comunità internazionale, sollevo il problema del benessere del popolo tibetano, il governo cinese mi critica duramente. Ma fino a che non troveremo una soluzione di reciproco beneficio, ho la responsabilità storica e morale di continuare a parlare liberamente a nome del mio popolo. Tuttavia, è noto a tutti che, da quando la leadership politica della diaspora tibetana è eletta direttamente dal popolo, sono in uno stato di semipensionamento. In virtù del suo grande progresso economico, la Cina sta diventando una nazione potente. Non possiamo che rallegrarcene, ma il potere acquisito offre altresì alla Cina l'opportunità di svolgere un importante ruolo sul palcoscenico globale. Il mondo sta ansiosamente aspettando di vedere in che modo l'attuale leadership cinese metterà in pratica i concetti pubblicamente espressi di "società armoniosa" e "crescita pacifica" alla cui realizzazione il solo progresso economico non è sufficiente: sono necessari sostanziali miglioramenti nei settori del rispetto dello stato di diritto, della trasparenza, del diritto all'informazione e della libertà di parola. E poiché all'interno della Cina coesistono molte etnie, al fine di salvaguardare la stabilità del paese è necessario che ad ognuna sia garantita l'uguaglianza e la libertà di proteggere le rispettive e peculiari identità.
Il 6 marzo 2008 il Presidente Hu Jintao ha dichiarato: «Stabilità e sicurezza in Tibet significano stabilità e sicurezza nel paese». Ha aggiunto che la dirigenza cinese deve garantire il benessere dei tibetani, migliorare il proprio lavoro in relazione ai gruppi etnici e religiosi e mantenere stabilità e armonia sociale. Le parole del Presidente Hu tengono conto della situazione reale e non vediamo l'ora che ricevano applicazione. Quest'anno i cinesi aspettano con orgoglio e trepidazione l'apertura dei Giochi Olimpici. Fin dall'inizio, ho sostenuto l'idea che alla Cina fosse data l'opportunità di ospitare i Giochi. E poiché eventi di questo tipo, e in modo particolare le Olimpiadi, favoriscono il rispetto dei principi della libertà di parola, di espressione, di eguaglianza e amicizia, la Cina dovrebbe dimostrare di essere un buon paese ospitante facendosi garante di queste libertà. Perciò, oltre a mandare a Pechino i propri atleti, la comunità internazionale dovrebbe sensibilizzare il governo cinese su questi temi. So che, in tutto il mondo, molti parlamenti, individui e organizzazioni non governative si stanno in vario modo attivando perché la Cina colga l'opportunità delle Olimpiadi per attuare cambiamenti positivi. Apprezzo la loro sincerità. E, in totale sintonia, vorrei aggiungere che sarà molto importante stare a vedere cosa accadrà nel periodo successivo alla conclusione dei Giochi. Senza dubbio, i Giochi Olimpici avranno un grande impatto sul modo di pensare del popolo cinese. La comunità internazionale dovrebbe quindi investire la propria energia collettiva nella ricerca delle modalità attraverso le quali garantire, nel modo migliore, cambiamenti positivi e continui all'interno della Cina, anche quando le Olimpiadi saranno concluse.
Desidero cogliere questa occasione per esprimere il mio orgoglio e il mio apprezzamento per la sincerità, il coraggio e la determinazione dei tibetani all'interno del Tibet. Chiedo loro di continuare ad operare in modo pacifico e nell'osservanza della legge così da assicurare a tutte le minoranze della Repubblica Popolare Cinese, compresa quella tibetana, il godimento dei loro legittimi diritti e benefici.
Vorrei inoltre cogliere questa opportunità per ringraziare, in particolare, il governo e il popolo indiano per il loro continuo e incomparabile sostegno ai rifugiati tibetani a alla causa del Tibet e per esprimere la mia gratitudine a tutti quei governi e persone che hanno costantemente a cuore la nostra causa. Con le mie preghiere per il bene di tutti gli esseri senzienti
Qui di seguito ci sono dei link , segnalati dai Creativi Culturali, dove è possibile leggere altri articoli e guardare video e fotografie che testimoniano quello che realmente sta succedendo in Tibet.
1) http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/protesta-su-internet/protesta-su-internet.html">http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/protesta-su-internet/protesta-su-internet.html;
3)http://newscontrol.repubblica.it/item/427272/tibet-nuova-protesta-a-dharamsala">http://newscontrol.repubblica.it/item/427272/tibet-nuova-protesta-a-dharamsala;
4)http://new.asianews.it/index.php?l=it&art=11750">http://new.asianews.it/index.php?l=it&art=11750; http://new.asianews.it/index.php?l=it&art=11768">
5)http://new.asianews.it/index.php?l=it&art=11768;
1)http://orientalia4all.net/post/il-video-della-protesta-in-tibet-lhasa-domata-ma-la-marcia-del-ritorno-ricomincia;
http://dailymotion.alice.it/video/x4qrus_tibet-la-protesta-in-rete_news">2)http://dailymotion.alice.it/video/x4qrus_tibet-la-protesta-in-rete_news;
3)http://www.la7.it/news/dettaglio_video.asp?id_video=10208&cat=esteri">http://www.la7.it/news/dettaglio_video.asp?id_video=10208&cat=esteri;
4)http://www.la7.it/news/dettaglio_video.asp?id_video=10268&cat=esteri">http://www.la7.it/news/dettaglio_video.asp?id_video=10268&cat=esteri
