Continuano le manifestazioni in Tibet
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
TUTTE LE TAPPE DELLA RIBELLIONE DEL TIBET CONTRO L'OPPRESSIONE DEL GOVERNO CINESE
IN TIBET LE TRATTATIVE E GLI SCONTRI CON IL GOVERNO CINESE PROSEGUONO INCESSANTEMENTE. LA RETE OLISTICA CERCA DI RESTARE AGGIORNATA A RIGUARDO DEGLI EPISODI PIù IMPORTANTI A RIGUARDO DI QUESTA STORICA VICENDA. QUI DI SEGUITO RIPORTIAMO DEGLI ARTICOLI CHE CONSENTONO DI ESSERE PARTECIPI DI QUELLO CHE ATTUALMENTE STA ACCADENDO.
Cina: medaglia d'oro per la repressione dei diritti umani
Nonostante le assicurazioni che il Tibet sarebbe stato riaperto ai primi di maggio al turismo e a una vita normale, Pechino continua a mantenere off limits il Paese delle nevi. Possono entrare solo selezionati gruppi di giornalisti organizzati dalle autorità e sparuti gruppi di turisti cinesi. Malgrado l’ingente schieramento di esercito e reparti di Polizia Armata, sia nella Regione Autonoma del Tibet (Rat) sia nelle aree etnicamente tibetane del Qinghai e del Sichuan, la situazione continua ad essere estremamente tesa e in diversi luoghi si registrano ancora focolai di protesta.
A Lhasa lo schieramento di militari e poliziotti è ingente. L’intera periferia è in pratica un enorme accampamento militare. E’ forte il timore di azioni di disturbo da parte di dimostranti quando (il 19 o il 20 di giugno, ancora non è stata annunciata la data ufficiale) la torcia olimpica transiterà per la capitale tibetana. In tutti i monasteri sono in corso lunghe sessioni di “rieducazione patriottica” per i monaci e coloro che protestano o rifiutano di denunciare il Dalai Lama vengono immediatamente arrestati. Nell’area di Ngari, da giorni elicotteri militari sorvegliano dall’alto la zona e convogli militari presidiano i maggiori centri della locale prefettura. Notevolmente incandescente la situazione nella contea di Karze (Sichuan) dove da una quindicina di giorni sono segnalate numerose manifestazioni regolarmente sciolte dalla Polizia Armata con la consueta brutalità. In modo particolare la violenza poliziesca si è accanita contro delle giovani monache che si erano rifiutate di sottoporsi alle sedute di “rieducazione patriottica”.
Sempre a Karze le forze di sicurezza cinesi hanno proceduto all’arresto e ad interrogatori al limite della tortura, di Namsey Lhamo, una contadina madre di due figli, dell'agricoltore Tenzin Dargyal e di un monaco di cui non è stata resa nota l’identità. Facevano parte di un gruppo di dimostranti che chiedeva il rilascio degli arrestati, il ritorno del Dalai Lama e l’indipendenza del Tibet. Forte tensione anche a Gannan, un’area meridionale della provincia del Gansu dove a marzo si registrarono massicce dimostrazioni e attacchi a numerosi edifici governativi.
Pechino, che nel frattempo continua ad alternare accuse verso il Dalai Lama a vaghe promesse di dialogo, sembra essere notevolmente preoccupata da quanto ancora succede e ancor più di quello che potrebbe succedere in Tibet, da qui all’inizio delle Olimpiadi. E’ certo comunque che il governo cinese ha scelto la via della repressione per confrontarsi con una situazione che non si è ancora normalizzata dopo la rivolta di marzo
Di: Piero Verni
Da:lettera22.it (14-06-08)
L’India arresta i leader tibetani della “Marcia di ritorno”
I presidenti delle cinque Ong che guidano la “Marcia di ritorno a casa” degli esuli tibetani sono stati arrestati ieri mattina a Berinath, Stato settentrionale dell’Uttarakhand. Tsewang Rigzin (Tibetan Youth Congress), B Tsering (dell’Associazione delle donne tibetane), Ngawang Woebar (del movimento di ex prigionieri politici tibetani GuChuSum), Chime Youngdrung (partito nazionale democratico del Tibet) e Tenzin Choeying (gruppo Studenti per un Tibet libero) - fino a ieri pomeriggio risultavano ancora detenuti dalla polizia indiana.
cinque leader dovevano incontrare il magistrato del distretto di Pithoragarh, al quale appellarsi per ottenere il permesso di proseguire la Marcia. Il 22 il governo dell’Uttarakhand aveva bloccato i manifestanti, arrestando un gruppo di 19 tibetani, rilasciati solo dopo quattro giorni.
Da: Asianews
TIBET/ DALAI LAMA A FT: TIBETANI "FRUSTRATI" DA COLLOQUI PACIFICI
I colloqui pacifici non portano lontano e i tibetani sono "frustrati". Il Dalai Lama ha confidato al "Financial Times" - in un'intervista che il quotidiano economico britannico pubblica in prima pagina - che sta perdendo il sostegno di molti suoi seguaci in Tibet a causa del rifiuto cinese di stringere un accordo con la parte tibetana sul futuro del Tibet.
Mentre prosegue il tour del 72enne Premio Nobel per la Pace (1989) per raccogliere consenso a favore dell'autonomia tibetana, Tenzin Gyatso ha espresso l'augurio che Pechino avvii dei negoziati "seri".
Un numero sempre maggiore di tibetani "radicali", che chiedono un confronto violento con la Cina - scrive il Ft - stanno perdendo fiducia nella sua strategia di garantire l'autonomia attraverso il dialogo pacifico e mostrano chiari segni di "frustrazione". Alla domanda se stia perdendo il controllo sui suoi seguaci, il leader dei buddisti tibetani ha risposto: "Sì, naturalmente. Il mio intento di portare risultati concreti è fallito, e per questo le critiche sono sempre più forti".
Il Dalai Lama non si dà per vinto e dalle colonne del quotidiano britannico respinge gli appelli alla violenza a favore della causa tibetana: "Dobbiamo portare avanti la causa attraverso principi non-violenti", ha ribadito. "Se la violenza va fuori controllo, la mia unica possibilità è quella di dimettermi", ha affermato.
E' "difficile" dire se l'incontro previsto il mese prossimo tra le autorità cinesi e i rappresentanti del Dalai Lama sarà in grado di frenare le critiche contro Pechino in vista dei Giochi Olimpici.
Da: Asianews.it
Cina e Tibet hanno riavviato il dialogo
L'impegno per lo sviluppo della cooperazione bilaterale domina la visita a Tokyo del presidente Hu Jintao, la prima di un capo di Stato cinese in Giappone da dieci anni. Con il primo ministro Yasuo Fukuda, pero', il leader della Repubblica popolare non ha dimenticato il nodo tibetano. Hu Jintao tra l'altro e' stato contestato da un drappello di studenti proprio per la repressione della protesta tibetana ma senza particolari incidenti. A tre mesi dalle Olimpiadi la Cina, che quattro giorni fa ha riavviato un dialogo con i rappresentanti del Dalai Lama, sta tentando di stemperare gli echi della repressione di marzo. Oggi la fiaccola olimpica ha raggiunto la cima piu' alta del mondo, il Monte Everest, portata da una donna a quota 8.848 metri.
Intanto a Dharamsala, nell'India del Nord, dove ha sede il governo tibetano in esilio, sono rientrati i due inviati del Dalai Lama che, domenica scorsa, hanno incontrato in Cina i rappresentanti di Pechino. In una conferenza stampa hanno spiegato gli esiti di questo primo incontro dopo anni di silenzio. Hanno detto che l'incontro e' avvenuto in un clima sereno e che c'e' la volonta delle parti di risolvere la situazione. Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen, hanno spiegato le richieste che hanno fatto alla Cina: la liberazione dei prigionieri tibetani arrestati durante i disordini del marzo scorso, hanno anche chiesto cure per i feriti e l'accesso dei visitatori, compresa la stampa e soprattutto la fine della campagna di 'rieducazione patriottica" nella provincia cinese che, sulla carta, gode di una autonomia speciale, e infine hanno rigettato le accuse mosse dalla Repubblica popolare cinese di una orchestrazione della protesta di marzo da parte del Dalai Lama per boicottare Pechino 2008. Presto verranno decise le date per gli altri incontri.
Da: rainews24.it
108 persone sono state arrestate Kathmandu
108 persone sono state arrestate ieri pomeriggio nella capitale nepalese a seguito di una manifestazione davanti all’ambasciata cinese. La polizia ha caricato con violenza i pacifici dimostranti procurando anche serie ferite a donne e a persone che erano solo spettatori. Purtroppo è diventata una triste consuetudine questo atteggiamento servile e di compiacimento alla Cina da parte delle forze dell’ordine di un governo che definire fantoccio è poco.
Da: giotibet.org (6 Maggio 2008)
Continuano i colloqui con la rappresentanza del governo cinese
Il Governo tibetano in esilio nel confermare che i colloqui con ia rappresentanza del governo cinese continuano ha anche manifestato un cauto ottimismo e lo stesso primo ministro Samdhong Rimpoche ha dichiarato che “non sono stati fissati particolari obiettivi ma i colloqui stanno procedendo bene”. In ogni caso il dialogo “è l’unica forma per risolvere la questione, nell’interesse della Cina e del popolo tibetano” quest’ultima è l’affermazione fatta da Thubten Samphel, portavoce del governo tibetano in esilio.
Da: giotibet.org (5 Maggio 2008)
Bruciati 83 corpi di tibetani
Sul sito del governo tibetano in esilio è apparsa la notizia secondo cui il 28 marzo sono stati bruciati 83 corpi di tibetani nel forno crematorio della città di Dhongkar Yabdha nel distretto di Toelung Dechen nei pressi di Lhasa. Il comunicato parla di testimoni che hanno visto dei camion carichi di corpi sanguinanti in varie parti della città. Altri ancora parlano di feriti che anche se trasportati negli ospedali sono stati lasciati morire senza ricevere cure. In questo modo si cancellano le prove del massacro repressivo. la famiglia di un tassista sparito nei giorni delle manifestazioni si è vista recapitare un sacchetto con le ceneri e il nome del famliare defunto.
Da: giotibet.org (2 Maggio 2008)
Inviati del Dalai Lama sono a Pechino per colloqui con il governo cinese
Due inviati del Dalai Lama sono partiti per Pechino per colloqui con il governo cinese. Lo riferisce una nota ufficiale del governo tibetano in esilio e si suppone che al centro delle discussioni ci saranno gli ultimi avvenimenti in Tibet. E’ la sesta volta che le parti si incontrano, la prima risale a giugno del 2002 e l’ultima a luglio dello scorso anno. Da questi incontri non era scaturito nulla di costruttivo. Anzi, i funzionari cinesi hanno sempre usato toni superficiali non riconoscendo la parte tibetana come politica e di rappresentanza ufficiale. Questa volta potrebbe e dovrebbe essere di ben diverso tenore. Le manifestazioni e le rivolte dei tibetani dentro e fuori il Tibet, l’occidente mobilitato a favore dei diritti umani, le Olimpiadi e tra qualche giorno la torcia che dovrebbe passare per l’altopiano, sono di fatto un’urgenza alla quale bisogna rispondere con concretezza e sincerità. L’immagine della Cina è già compromessa e, a questo punto, hanno tutto da perdere. I tibetani, però, non devono accontentarsi solo di promesse.
Da: giotibet.org (2 Maggio 2008)
Primi processi per i Tibetani prigionieri
L’agenzia Nuova Cina (XINHUA) dà notizia delle prime sentenze di condanna a carico dei tibetani che hanno partecipato alle manifestazioni di protesta. Si tratta di 17 persone processati pubblicamente che hanno ricevuto condanne durissime e in qualche caso fino all’ergastolo. E siamo solo all’inizio. Il governo cinese continua a parlare di 400 tibetani arrestati solo nella capitale Lhasa, la dissidenza ne conta oltre 2000.
Da: giotibet.org (27 Aprile)
IL GOVERNO CINESE CHIEDE INCONTRO CON INVIATO DEL DALAI LAMA
La notizia è stata lanciata dall’agenzia di stampa governativa Nuova Cina (XINHUA) e ha suscitato grande attenzione. Le reazioni delle parti interessate e del mondo politico non si sono fatte attendere. Sarkozy, la Merkel, la UE con Barroso, gli USA con il loro ambasciatore a Pechino, vedono premiato il loro pressing di questi ultimi tempi e si dicono soddisfatti di questo primo importante passo. Il governo tibetano in esilio ha dichiarato che finora non ha ricevuto nessun invito o comunicazione ufficiale però, il portavoce del Dalai Lama, Tenzin Takhla, giudica la notizia come “un passo nella giusta direzione”. Ma il presidente dell’esecutivo in esilioSamdhong Rimpoche frena gli entusiasmi sottolineando che “le circostanze attuali in Tibet non sembrano una base appropriata per un dialogo significativo”. E arrivano anche i commenti di osservatori che analizzano con lucidità come si è arrivati a questa proposta cinese.
Da: giotibet.org
Olimpiadi, corteo filo-cinese accoglie torcia in Australia
Il percorso della fiamma olimpica in Australia è stato accompagnato oggi dalla più grande manifestazione a favore di Pechino da quando la torcia è partita per il giro del mondo. Oltre 10.000 cinesi australiani si sono dati appuntamento a Camberra, sventolando un mare di bandiere rosse che ha oscurato la protesta per il Tibet.
Le dimostrazioni contro la Cina nelle precedenti tappe della torcia olimpica hanno provocato una ondata di patriottismo tra i cinesi a casa e all'estero e stamani migliaia di immigrati cantavano "Una sola Cina" alla partenza e all'arrivo del percorso della fiaccola nella capitale australiana.
"E' oggi per noi un giorno magnifico per mostrare che in Australia ci può essere una corsa pacifica", ha detto Wellington Lee dell'Associazione cinese vittoriana.
A differenza di Londra, Parigi o San Francisco, dove i tedofori erano assediati dai dimostranti, a Camberra la massiccia presenza della polizia, i blocchi stradali e la larghezza dei viali hanno assicurato che la cerimonia si svolgesse senza intoppi.
La polizia ha arrestato sette persone dopo che un tafferuglio era scoppiato tra dimostranti tibetani e australiani cinesi, ma pochi tibetani hanno cercato di bloccare la fiaccola.
Mentre la torcia passava per le strade di Camberra, la polizia ha allontanato dai tedofori due funzionari cinesi. Le autorità australiane avevano detto che solo la polizia locale si sarebbe occupata della sicurezza
Di Rob Taylor e James Grubel
Da: borsaitaliana.reuters.it
Fiaccola a Giakarta tra le proteste
La polizia indonesiana è intervenuta per disperdere una piccola manifestazione filo-tibetana a Giakarta, appena qualche ora prima dell’inizio del percorso della fiaccola nell’arcipelago indonesiano.
Sono stati fermati almeno nove manifestanti, fra i quali uno straniero, che scandivano «no diritti umani, no olimpiadi». La fiaccola olimpica è arrivata nella notte tra lunedì e martedì a Giakarta per una tappa prevista solo per gli occhi di pochi spettatori, muniti di uno speciale invito. Giakarta costituisce la quinta tappa del percorso asiatico della fiaccola olimpica, dopo Islamabad, Nuova Delhi, Bangkok e Kuala Lumpur. La staffetta di Giakarta, che inizierà alle 9 ora italiana, sarà presidiata da 2.000 poliziotti su un percorso ridotto al minimo indispensabile, all’interno dello stadio nazionale di Bung Karno, dove non potranno accedere che 5.000 invitati.
Il percorso, che inizierà alle 14 (le 9 italiane) è stato ridotto allo stretto necessario: la fiamma sarà limitata nel perimetro dello stadio nazionale Bung Karno, dove potranno accedere soltanto gli ospiti, ha spiegato Marsis. «Nessuno potrà entrare nella zona (del complesso sportivo) senza invito», ha garantito. La fiaccola proveniva da Kuala Lumpur in Malaysia, dove l’inizio staffetta è stato turbato da una lite tra manifestanti pro-tibetani e filo-cinesi. Arrestati una famiglia giapponese di tre persone e un britannico che sventolavano una bandiera tibetana. La tappa si è poi svolta regolarmente, sotto un severo dispositivo di sicurezza.
Da: lastampa.it (22Aprile)
Pechino ordina la rieducazione politica per i comunisti del Tibet
Il Partito comunista cinese lancia una campagna di rieducazione politica per i quadri governativi della Regione autonoma del Tibet, nel tentativo di soffocare sul nascere ogni sentimento indipendentista e qualsiasi apertura al Dalai Lama. Lo annuncia il Tibet Daily, quotidiano governativo, che spiega: “La campagna, della durata di due mesi, mira a combattere il separatismo, proteggere la stabilità e promuovere lo sviluppo”.
Per raggiungere lo scopo, la rieducazione “sarà incentrata sull’unificazione del pensiero e della forza coesiva delle masse e dei dirigenti, per approfondire la battaglia contro il separatismo e rispondere agli attacchi della cricca del Dalai”. I membri del Partito parteciperanno alla visione comune di programmi televisivi ed a sessioni di auto-critica e denuncia organizzata.
Diversi analisti sottolineano che la decisione di rieducare i vertici comunisti del Tibet a più di un mese dall’inizio delle proteste di Lhasa vuol dire che la linea politica ufficiale sulla regione non è compatta. L’aumento delle forze armate nella regione, il bando sul turismo e quello sugli ingressi nella regione (anche dalla stessa Cina) dimostrano che il Partito teme una nuova rivolta organizzata e soprattutto una possibile intesa fra le autorità locali ed il Dalai Lama.
Da parte sua, il capo sirituale e politio del buddismo tibetano ha condannato le violenze di queste settimane ed ha più volte espresso il suo appoggio alle Olimpiadi, ma ha denunciato il “genocidio culturale” che avviene in Tibet ed ha dichiarato di “non poter più fare altre concessioni” a Pechino. Il governo centrale ha risposto definendolo “un esiliato insignificante”.
Nel frattempo, non si ferma la repressione in Tibet e nelle province cinesi confinanti. Secondo alcune fonti locali, raccolte da Radio Free Asia, la polizia del Qinghai (parte centro-occidentale della Cina) ha arrestato negli ultimi giorni 105 persone. Fra queste vi sono sia manifestanti che intellettuali, “colpevoli” di aver espresso il loro sostegno alla causa tibetana.
Stessa situazione nel Sichuan, dove gli agenti controllano a sorpresa i monasteri e le abitazioni private in cui vivono i nativi tibetani. Secondo un agente di viaggi, è “difficile” accedere ad alcuni templi buddisti della zona, controllati a vista da poliziotti e membri dell’Ufficio affari religiosi.
21 Aprile
Da Asianews.it
Contea di Rebkong (Tongren Xian) Malho provincia di Qinghai
Durante le proteste di qualche giorno fa l’anziano lama Alak Khasutsang, precedente abate del monastero di Rong Gonchen, era stato oggetto di insulti e angherie da parte della polizia cinese che così aveva risposto alle sue richieste di rilasciare alcuni monaci del suo monastero. A seguito di questo ennesimo gesto di vigliacca prepotenza, l’anziano monaco versa ora in pessime condizioni di salute ed è sottoposto a cure intensive nell’ospedale di Xining.
18 Aprile 2008
Da Giotibet.org
Contea di Rebkong (Tongren Xian) Malho provincia di Qinghai
Oltre cento persone tra monaci e civili sono state arrestate dalle forze di sicurezza cinese nella contea di Rebkong. Le fonti raccontano di una pacifica manifestazione che chiedeva il rilascio di tre monaci arrestati il 13 aprile e che erano accusati si avere partecipato alle proteste del 16 marzo. L’intervento della polizia è stato di arrestare altri manifestanti. Successivamente è arrivato un monaco molto anziano che insieme ad altri ha chiesto il rilascio degli arrestati ma è stato fatto oggetto di scherno e di maltrattamenti inasprendo la situazione e così che anche la popolazione civile ha protestato. Alla fine molti di loro sono stati presi e condotti nella prigione della contea.
17Aprile
Da giotibet.org
Attentato dinamitardo?
L’agenzia governativa Nuova Cina (XINHUA) ha comunicato che sono stati tratti in arresto nove monaci con l’accusa di essere responsabili di un attentato dinamitardo contro un edificio del governo il 23 marzo scorso. Nella nota dell’agenzia di stampa però non è spiegato come mai la notizia, che se fosse vera è abbastanza grave, sia stata comunicata così tardi.
Hu Jintao rinnova le accuse
Il presidente cinese Hu Jintao, rinnovando le solite accuse al Dalai Lama e alla sua “cricca” di essere i responsabili della rivolta in Tibet per disturbare le Olimpiadi, ha dichiarato con le solite parole che il Tibet non è un problema etnico o religioso ma è una questione di stabilità nazionale e pertanto si tratta di un affare interno della Cina.
Arrestati 70 monaci
Circa 70 monaci sono stati prelevati nella notte del 7 aprile con un blitz della polizia armata all’interno del Ramoche Temple di Lhasa e portati in una località sconosciuta. Nel monastero che contava un centinaio di monaci ne sono rimasti pochissimi che vivono sotto strettissima sorveglianza. Ed è anche confermato che uno di loro nei giorni scorsi si è tolto la vita. Anche i grandi monasteri di Sera, Drepung e Gaden sono sottoposti a severe restrizioni con gli ingressi sorvegliati e pattugliamenti continui che bloccano ogni accesso.
Da Giotibet.org
La seconda visita dei giornalisti in provincia di Gansu
La seconda visita dei giornalisti selezionati dal governo cinese è arrivata nella famosa Universita Monastica di Labrang dove si erano verificate le prime manifestazioni pacifiche di monaci e laici al di fuori della capitale Lhasa. Al solito la visita era “pilotata” ma i cerberi controllori non sono riusciti a evitare che i coraggiosi monaci attorniassero i giornalisti chiedendo “libertà culturale” e manifestando sostegno al Dalai Lama. Lo ha raccontato al telefono Johnny Erling, corrispondente da Pechino per “Die Welt” che partecipa alla visita guidata.
Da Giotibet.org
Proseguono gli scontri, gli arresti e gli abbusi
Mentre a Pechino, in piazza Tienanmen, alla presenza del presidente Hu Jintao e tra impressionanti misure di sicurezza, è stata accesa il 31 marzo la fiaccola olimpica, continua a Lhasa e in tutti i territori tibetani l’ondata di arresti da parte della polizia e dell’esercito cinese. Si ha notizia certa dell’arresto, a partire dal 10 marzo, di 1072 religiosi e 2500 laici, con oltre 1000 persone fermate nella sola Lhasa: le stesse autorità cinesi hanno fatto sapere che il numero dei dimostranti arrestati a Lhasa supera le 800 persone mentre 280 sono i tibetani che si sono consegnati spontaneamente nelle mai della polizia. Impossibile accertare il numero dei morti: 22, secondo le fonti cinesi, almeno 140 secondo le fonti tibetane, ma si teme che le vittime della repressione superino le 200 unità. Oltre 1000 i feriti di cui molti in gravissime condizioni.
Manifestazione degli studenti di Chone
Malgrado la feroce repressione e le intimidazioni, il 29 marzo nuove proteste si sono verificate nell’area del Barkhor, a Lhasa, quando gli agenti di pubblica sicurezza hanno cercato di fermare alcuni tibetani residenti nella zona del Jokhang. Tutti i negozi dei tibetani sono stati chiusi e la polizia ha circondato l’intera area. Nella contea di Chone (provincia del Gansu), gli studenti hanno disertato le lezioni. Si ha notizia di manifestazioni di protesta nella zona di confine tra le province del Gansu e del Sichuan, con massicci interventi dell’esercito nelle contee di Draggo e di Chigdril.
Testimoni oculari hanno riferito di pacifiche manifestazioni di massa in tutto l’altipiano tibetano. A Holkha (Contea di Tsigorthang, Prefettura di Tsolho, provincia del Quinghai), il 25 marzo i tibetani hanno organizzato una marcia di solidarietà e di preghiera con i caduti. L’arresto di tre persone che avevano preso parte alla dimostrazione ha provocato la reazione dei tibetani: il giorno seguente, 26 marzo, circa 600 persone hanno dato vita ad un sit-in di protesta di fronte alla sede delle locali autorità governative chiedendo la liberazione dei prigionieri. La folla è stata dispersa.
Da Italiatibet.org
Manifestazioni anticinesi in Nepal
Kathmandu, 17 mar. (Adnkronos/Dpa) - Decine di manifestanti tibetani sono stati arrestati dalla polizia negli scontri scoppiati durante le manifestazioni anti-cinesi indette nella capitale del Nepal, Kathmandu. Gli scontri sono scoppiati quandi i manifestanti tibetani, una folla di circa 400 persone, hanno tentato di impedire l'accesso agli uffici delle Nazioni UNite nella citta'. La polizia ha caricato i manifestanti, usando manganelli e gas lacrimogeni per disperdere la dimostrazione. "Cina fuori dal Tibet", "La Cina mente, i tibetani muoiono", si leggeva su alcuni striscioni dei manifestanti.
Da:Adnkronos.it
Tibet: manifestazioni nel Gansu
Nuove manifestazioni di protesta di monaci tibetani si sono svolte oggi nella provincia del Gansu, nel nordovet della Cina. Lo affermano gruppi internazionali filotibetani. Un attivista della 'Campagna Internazionale per il Tibet' ha detto di aver avuto ''la conferma'' che una manifestazione si e' tenuta nel monastero di Labrang e che e' stata dispersa con gas lacrimogeni. La 'Campagna per il Tibet Libero' ha detto che proteste si sono verificate in altre due citta' del Gansu.
(ANSA) - PECHINO, 15 MAR
Villaggio di Tongkor, Contea di Karze
La polizia armata ha effettuato una perquisizione molto aggressiva al TongKor monastery. Hanno mandato in frantumi le finestre della residenza del capo spirituale e hanno smantellato le statue nella sala di preghiera. Nel monastero sono conservati alcuni preziosi manufatti e oggetti religiosi che sono stati seriamente danneggiati. Tutto ciò è molto simile a quanto succedeva nel periodo della rivoluzione culturale.
Da Giotibet.org
Gansu: monaci tibetani interrompono una visita di giornalisti guidata dal governo
È la seconda volta in 15 giorni, da quando Pechino ha isolato le aree delle rivolte. I monaci chiedono il ritorno del Dalai Lama nel Tibet e precisano che essi non vogliono l’indipendenza, ma solo il rispetto dei diritti umani.
Un gruppo di 15 monaci tibetani hanno osato oggi fermare la visita di un gruppo di giornalisti guidata dalle autorità cinesi, gridando loro che essi difendono i diritti umani e che vogliono il ritorno del Dalai Lama in Tibet. L’incidente – il secondo del genere in poche settimane - è avvenuto a Xiahe (Gansu), all’esterno del monastero di Labrang. I monaci, sventolando una bandiera tibetana, hanno cercato di parlare ai 20 giornalisti cinesi e stranieri, gridando: “Il Dalai Lama deve ritornare in Tibet. Noi non chiediamo l’indipendenza del Tibet, ma solo [il rispetto de]i diritti umani; adesso non vi sono diritti umani”.
Cina dice al mondo che il Tibet è una questione interna
Il conflitto della Cina con il Dalai Lama è puramente una questione di unità nazionale e non ha nulla a che vedere con motivi etnici, religiosi o con i diritti umani, ha detto oggi il presidente cinese Hu Jintao.
Le dichiarazioni di Hu sono giunte dopo che la Cina ha reagito con indignazione alle critiche internazionali per il suo comportamento in Tibet e alla richiesta di boicottaggio da parte del parlamento Ue della cerimonia di apertura delle Olimpiadi qualora Pechino non darà il via a colloqui con il Dalai Lama.
"Il nostro conflitto con la cricca del Dalai non è un problema etnico, né religioso, né un problema di diritti umani", ha detto Hu.
"E' un problema di mantenimento dell'unità nazionale, o di divisione dalla madrepatria".
Hu, che ha reso tali dichiarazioni in un incontro con il premier australiano Kevin Rudd a Pechino, ha anche ribadito che la Cina è pronta a colloqui con il Dalai, ma che è quest'ultimo che pone ostacoli al dialogo.
Il presidente cinese si è detto pronto ad un incontro se il leader tibetano smetterà di voler "dividere la madrepatria", "incitare alla violenza" e "rovinare le Olimpiadi".
Il Dalai Lama respinge l'accusa di aver orchestrato le manifestazioni a Lhasa e in altre zone del Tibet che si sono macchiate di sangue e dice di non volere che il mondo boicotti le Olimpiadi.
Gli esuli tibetani ricordano il massacro di piazza Tiananmen
I tibetani in esilio in India commemorano questa sera il 19mo anniversario del massacro di piazza Tiananmen e ricordano le analogie con la recente repressione cinese in Tibet: pacifiche dimostrazioni pro-diritti umani represse con violenza dall’esercito, seguite dalla negazione da parte di Pechino di aver compiuto azioni inique.
Nel principale tempio buddista di Dharamsala, il Tsuglhakhang, davanti alla residenza del Dalai Lama, ci saranno una veglia a lume di candela e la proiezione del documentario “La porta della pace celeste”, dedicato al movimento delle Madri di Tiananmen, che in tre ore ripercorre la nascita e le vicende del movimento pro-democrazia fino al massacro del 4 giugno. Saranno anche raccolte e inviate lettere personali di solidarietà alle Madri di Tiananmen.
Il movimento delle Madri è stato creato nell’agosto 1989 da Ding Zilin, il cui figlio di 17 anni è stato colpito ferito e lasciato a morire dissanguato nella piazza, insieme alle madri di altre vittime. Raccoglie circa 150 famiglie che chiedono al governo di fare pubblica ammenda per il massacro dei loro figli. Finora Pechino ha risposto mettendo Ding e altri partecipanti sotto sorveglianza, in carcere o agli arresti domiciliari.
Lo scorso 28 febbraio le Madri di Tiananmen hanno mandato al governo una Lettera aperta chiedendo di nuovo pubbliche scuse, ricordando che per le Olimpiadi di agosto 2008 “gli atleti di tutto il mondo calpesteranno questo pezzo di suolo macchiato dal sangue” e chiedendo “come può il governo presentarsi davanti all’intero mondo” come se ciò non fosse stato.
Il 28 maggio il gruppo aveva lanciato un sito web, in cinese e inglese, chiedendo di nuovo giustizia per le vittime. Ma entro poche ore il sito è stato bloccato dalle autorità.
Da:Asianews.it (06-04-08)
